3 ottobre 2017

Pareri e Dichiarazioni

IL DIRITTO ALLA VITA E’ GARANTITO DA UN’ALLEANZA CHE SI CHIAMA ‘CURA’
Nella riunione del Centro di Bioetica Lucano del 15 marzo u.s. ad Acerenza, presieduta da Sua Ecc.za Mons. Francesco Sirufo, si è discusso sulla proposta di legge che alla Camera dei Deputati si è rimessa all’ordine del giorno (dalle diverse proposte precedenti e dai precedenti disegni di legge che dalla XIII legislatura sono stati formulati) all’indomani della richiesta di morte fatta da Fabiano Antoniani (conosciuto come dj Fabo), vicenda conclusasi in Svizzera con il suicidio assistito dello stesso nella clinica Dignitas di Forck. Con l’approvazione della proposta di legge alla Camera il 20 aprile u.s. e la sua trasmissione al Senato, il Centro di Bioetica Lucano, che ha organizzato anche un workshop informativo sulla stessa il pomeriggio del 5 giugno u.s. con l’intervento del Prof. Antonio Gioacchino Spagnolo, Direttore dell’Istituto di Bioetica e Medical Humanities della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, vuole esprimere considerazioni su quanto sta accadendo in tale materia allo scopo di contribuire a chiarire i dubbi delle coscienze che, nel silenzio diffuso, ritiene non possano che aumentare. Il fine resta squisitamente culturale e, rinviando alla dichiarazione fatta il 30 marzo 2007 (con la quale si evidenziavano le medesime questioni ravvisandone i problemi che ne sarebbero scaturiti), si orienta a indicazioni di promozione della vita umana sia per gli operatori sanitari che hanno il compito di prenderla in cura sia per i pazienti/sofferenti che ine vivono momenti di angosciante disorientamento.
1)Rispetto al consenso informato, che costituisce gli 11 commi dell’articolo 1, su cui la legge punta per evidenziare che nessun trattamento può essere obbligatorio (cosa per altro già definita nell’articolo 32 della Costituzione) e che è la base della <<relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico>> facendo incontrare <<l’autonomia decisionale del paziente e la competenza, l’autonomia professionale e la responsabilità del medico>>(sic), si vuole indicare che già oggi per ogni atto medico vi è l’obbligo della spiegazione e della chiarificazione, in ogni singolo dettaglio, dell’atto stesso e che il paziente deve esprimere un consenso libero per accettarlo e sottoscriverlo e che perciò richiede logicamente una informazione quanto più ampia e particolareggiata secondo il livello di comprensibilità del paziente e di chi a lui è unito. È poco spiegabile invece la possibilità, che la legge prenderebbe in considerazione, che il paziente possa rifiutare <<in tutto o in parte le informazioni>> (art.1, comma 3)>>. Infatti il consenso può derivare solo da una chiara ed esauriente informazione (consenso informato) definendosi come lo strumento che può evidenziare l’alleanza medico(operatore sanitario)-paziente oltre il rischio di un ormai inattuale paternalismo o decisionismo unilaterale.
2) Rispetto al rifiuto che <<ogni persona ha il diritto >> di fare, <<di qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario indicato dal medico per la sua patologia>> si vuole indicare, come sopra esposto, che nel nostro Paese non vi sono trattamenti sanitari obbligatori (se non quelli prescritti per legge) e che appare ingiustificato il sospetto che un medico o una struttura siano ostinati nell’indurre il paziente ad avere trattamenti. Il sospetto che si genera è di per sé il cuneo per dividere o incrinare il delicato rapporto medico-paziente. In aggiunta, inserire tra i trattamenti sanitari (e dunque considerarli trattamenti che il
paziente può rifiutare) la nutrizione e l’idratazione artificiali risulta essere molto problematico, oltre che dannoso per lo stesso rapporto. Infatti, anche nelle situazioni di terminalità oggi si interrompe il sostentamento nutritivo dei pazienti ma, chiaramente, quando, per la situazione patologica con exitus previsto imminente, ciò diventa faticoso e peggiorativo della qualità degli ultimi momenti di vita. Questo, però, non può considerarsi opportuno per tutti gli altri stati patologici e diventa pericoloso, medicalmente e moralmente, per situazioni come gli stati vegetativi persistenti, in cui il venir meno del supporto dell’alimentazione e dell’idratazione è la causa diretta della morte del paziente. Del resto, proprio le cure palliative, che in Italia hanno trovato felicissimo inizio nella legge 38 del 2010, dimostrano che si può controllare bene tutto riuscendo a dosare non solo con la terapia del dolore i sintomi gravosi delle patologie negli stadi terminali (che si ricorda non sono necessariamente quelli delle ultime ore di vita), ma anche i giusti apporti necessari di nutrizione e idratazione. Il titolo dell’articolo 2 che recita “Terapia del dolore, divieto di ostinazione irragionevole nelle cure e dignità nella fase finale della vita” è sintomatico di una visione culturale che si indirizza a stabilire una distanza nell’autonomia invece che un’alleanza. Infatti è evidente che si sta prendendo una strada in cui la sanità (nei suoi operatori e nel suo statuto aziendale) potrà trasformarsi in una erogazione di servizi in cui l’umano cede il passo al tecnico e alla procedura e nelle cui azioni scompare il concetto stesso di relazione che, particolarmente nella medicina, nell’essere relazione di cura è relazione di senso e di valore. Si auspica l’attivazione diffusa delle cure palliative anche domiciliari secondo i modelli più funzionali alla presa in carico globale del paziente e della sua famiglia
3)Si trova ingiustificato l’affidare l’espressione della volontà di trattamento al minore nel comma 1 dell’articolo 3 quando si scrive che <<la persona minore di età o incapace ha diritto alla valorizzazione delle proprie capacità di comprensione e di decisione>> e che <<deve ricevere informazioni sulle scelte relative alla propria salute in modo consono alle sue capacità per essere messa nelle condizioni di esprimere la sua volontà>>, per due ordini di ragioni: perché si ritiene che una volontà parta da una libertà che cresce in un processo di maturazione costante e continuato e che passa anche attraverso l’esperienza delle sfaccetture di vita più diverse, processo che non può ricevere censure o sconti al posto di tenerezza e dolcezza nello stare vicini nelle situazioni di dolore. Quest’ultimo infatti non ha età. Inoltre, si azzera ingiustamente l’operato di quanti, professionisti della salute ma anche famiglie tutte, si sono prodigati fino ad oggi e continuano a farlo per la cura, a volte senza esito positivo nemmeno nell’infanzia, di bambini, ragazzi e giovani ammalati di malattie inguaribili.
4) Si precisa che in qualsiasi livello di consulenza e di comunicazione in processi sanitari, soprattutto nelle situazioni di terminalità, per il bene del paziente e dell’intera unità di cura che costituita da famiglie e affetti tutti, non può mancare una prospettiva valoriale che, partendo dalla conoscenza del dato scientifico e attraverso una lettura antropologica possa esprimere un valido supporto etico che vada a sostegno delle decisioni che si prenderanno. La consulenza di etica clinica è sicuramente un’occasione che può essere di mediazione in una comunicazione che pure nella proposta di legge è ritenuta tempo di cura.
Si sottolinea che sarà necessario sempre di più approfondire nella Sanità regionale un’informazione bioetica più capillare, tra l’altro prevista anche dagli ultimi Livelli essenziali di assistenza del luglio 2016.

 

GRASSANO 29 giugno 2017, Festa dei Santi Pietro e Paolo

Vista dal Vescovo Delegato S.Ecc.za Mons. Francesco Sirufo

IL DIRETTORE

Rocco Gentile

 

LA TUTELA DELLA VITA UMANA E LA TUTELA DELLA FAMIGLIA.
Nell’Assemblea Plenaria del 6 marzo 2007, presieduta da S. E. Mons. Vincenzo Orofino, Vescovo Delegato dalla Conferenza Episcopale di Basilicata, il Centro di Bioetica Lucano, dopo la disamina del lavoro svolto nell’anno 2005-2006 (corsi di formazione a circa 700 operatori sanitari e corsi annuali nei Licei di Basilicata) ha posto l’attenzione e ha riflettuto su alcune problematiche sollevate, negli ultimi mesi, nel contesto nazionale e in quello regionale, con l’intento di puntualizzare alcuni principi che ritiene indispensabili per una organica crescita della persona e della comunità del nostro tempo.

1-La vita umana è un bene indisponibile che, come non può essere oggetto di sperimentazioni fini a stesse, allo stesso modo non è soggiogabile né a pretese libertarie che si vestono di diritti, né a rivendicazioni al diritto di una insostenibile autonomia, anche quando rispondono ad angosciose situazioni di malattie inguaribili o invalidanti. Infatti, la libertà che nega la vita nega se stessa e il diritto che per rispettare la volontà individuale spegne la vita è un controsenso, cioè un non diritto. Riteniamo invece che la vita umana, dal concepimento al naturale compimento, è da rispettare e da tutelare e che ci potrà essere la giustizia vera tra gli uomini di una società e di uno stato solo se ogni legge assumerà la vita umana comefondamento ineliminabile, inopinabile , non scontabile per l’edificazione di ogni altro diritto e dovere del singolo e della comunità. Tale considerazione, pertanto, non è in contrasto con la libertà e l’autonomia del singolo, anzi appare come la naturale premessa per ogni sua manifestazione ed espressione. Lo Stato dovrà ad ogni livello preoccuparsi ed occuparsi di attivare, laddove non ce ne siano ancora, servizi per l’assistenza specifica e specializzata di quei pazienti che si trovano a vivere situazione di patologie croniche o invalidanti o nella situazione dolorosa di malattie inguaribili, in particolare nello stadio terminale. Affinché non si realizzi l’irragionevole sistema, che oggi sembra farsi largo, attraverso cui si propone l’eliminazione della sofferenza con l’eliminazione del paziente che la prova, l’investimento, da considerare prioritario, è quello per le cure palliative e per la creazione di Hospices per i pazienti terminali e di avviare, per i percorsi scolastici di ogni grado, un’attività di formazione per una cultura della vita fondamento per ogni cultura della salute. Il Centro di Bioetica Lucano aderisce al Manifesto “Per il Coraggio di vivere e di far vivere”, diffondendolo nelle sedi in cui opera e invitando tutti a prenderlo in visione e a sottoscriverlo.

2-Ogni atto medico, come anche ogni sperimentazione o ricerca scientifica, non può essere praticato sacrificando il carattere di indisponibilità della vita, fosse anche per un risultato certo e sicuro. La scienza è una buona scienza quando riconoscendo il valore dell’umano si pone al servizio dell’umano senza mai andare contro l’umano. La ricerca scientifica, e la medicina nel suo specifico, infatti, deve orientarsi non solo sulla possibilità e sulla efficacia dei risultati, ma anche e sempre su una compatibilità etica del possibile sviluppo, oltre che dei mezzi che si utilizzano per raggiungerlo. L’etica infatti non è il discorso da creare dopo l’azione scientifica, nel disperato tentativo di trovarne valide o adattabili giustificazioni, ma il suolo su cui tale azione può costruirsi avendo come suo fine il Bene integrale dell’uomo. Un esempio di ricerca che spesso si porta all’attenzione della pubblica opinione è quello delle cellule staminali. Gli studi recenti hanno confermato la possibilità del prelievo di queste cellule da tessuti adulti, ricerca questa che non crea i problemi etici sollevati dal prelievo di cellule staminali da embrione. Importante e promettente appare la possibilità di prelevare queste cellule dal cordone ombelicale e dalla placenta. Sarebbe opportuno che le AA.SS.LL., in particolare le Aziende dei due capoluoghi della Basilicata, possano iniziare ad investire in questo ambito e a dotarsi, in tempi celeri, di tutte le attrezzature e dei mezzi adatti alla conservazione dei cordoni dopo i parti. In concomitanza, buono sarebbe attivare una campagna di sensibilizzazione a questa donazione priva di rischi e così tanto utile, anche con l’aiuto di Associazioni e Movimenti che tradizionalmente operano in tale direzione e il cui “aiuto alla vita” è una garanzia di rispetto e di sostegno per la persona. Per questa ragione è auspicabile che, anche e soprattutto nei contesti ospedalieri dove prestano il loro operato, che è “servizio alla vita” nei fatti, queste Associazioni e Movimenti siano agevolati e non ostacolati dagli Enti Pubblici i quali non possono che averne grandi benefici. All’Amministrazione Regionale, inoltre, vogliamo far presente la necessità di dotarsi di una regolamentazione propria per la sepoltura dei feti abortiti, così come è stato fatto da altre regioni d’Italia, per evitare che dilaghi l’ideologica considerazione che vede, come l’embrione un mero “ammasso di cellule”, anche il feto abortito come un mero “prodotto abortivo”.

3-Non ci può essere una vera cultura della vita se non si fortifica il suolo naturale su cui la vita può trovare spazio, considerazione e valore: la famiglia.
Con grande onestà intellettuale e comune senso di realtà, non si può non riconoscere che lo stadio pre-statale e pre-sociale di qualsiasi comunità è la famiglia, tanto da essere da più parti definita e dalla Costituzione Italiana assunta quale “società naturale” fondata sul matrimonio. Si potrebbe “culturalizzare” l’uomo, le sue scelte, i suoi comportamenti e le sue decisioni, ma in nessun caso ci si può allontanare dall’idea di natura, su cui e a partire da cui ogni cultura si forgia e si realizza, senza poi provocare una ferita all’umano di oggi e ancor di più un vulnus mortale alle future generazioni. La politica, riconoscendo e tutelando i diritti di ciascuna persona, non potrà superare la norma naturale fondamentale che ogni ordinamento riconosce indiscutibilmente, e cioè che è famiglia in potenza l’unione di un uomo e di una donna e in atto l’unione sul matrimonio fondata. Ogni tentativo di capovolgere la realtà ci appare pretenzioso e tracotante e un diritto che non voglia diventare la pallida formalizzazione di meri desideri, pur anche sinceri, dovrà rigettarlo in toto. Il diritto infatti non può incaricarsi di una regolamentazione degli affetti, stabili o temporanei, non solo perché appare vaga la determinazione di una relazione che si propone “semplicemente” come “relazione affettiva”, ma anche perché tale materia è, oggi in particolare, oggetto di una esasperante soggettivizzazione che mal si adatterebbe a vincoli giuridici, vincoli contro cui la non altrimenti definita “relazione affettiva” si pone ab origine. Riguardo a questo il Centro di Bioetica Lucano vuole chiedere al Consiglio Regionale di rivedere la Legge Regionale n. 4/2007 del 14 febbraio u.s. che titola “Rete regionale integrata dei servizi di cittadinanza sociale”, all’Art. 2, comma 1, lettera k dove si afferma l’intento di promuovere “la valorizzazione della vita familiare e del contesto di stabili relazioni affettive, nelle forme previste dalla legge, quali dimensioni privilegiate per la crescita, lo sviluppo e la cura della persona, la promozione dell’autonomia e della vita indipendente delle persone”. Riteniamo infatti che non ci può essere in nessun caso una equivalenza tra famiglia e contesti di relazioni affettive stabili per le ragioni su esposte. Inoltre, non si può dare valore (valorizzare) alla famiglia e contemporaneamente ad altro che famiglia non è, laddove il presupposto è “la crescita, lo sviluppo e la cura della persona”. Voler promuovere e valorizzare “stabili relazioni affettive” resta un intento confuso (quali sono queste relazioni?) ed anche un’azione non educativa per i giovani desiderosi di stabilizzare la loro vita e per le future generazioni. Si sottolinea d’altro canto l’importanza di politiche sociali che favoriscano le famiglie, in particolare quelle giovani, e quelle con figli portatori di handicap. È proprio la condizione di “debolezza” una ragione evidente della necessità di non minare in nessun modo la stabilità della famiglia. Il sostegno alla vita umana che si trova in una difficoltà temporanea o in un disagio permanente è la vera priorità di ogni azione sociale e la scelta etica che ogni politica deve compiere.

Grassano 10 marzo 2007

IL CONSULENTE SCIENTIFICO
SEGRETARIO
IL DIRETTORE
Dott. Rocco Gentile
Giovanni Grassani

 


Parere sulla questione del sito dei rifiuti nucleari da ubicare sulla Costa Jonica.

Il Centro di Bioetica Lucano associa le sue preoccupazioni a quelle espresse dai Vescovi di Basilicata e dalle comunità dell’intera regione in merito alla decisione governativa di utilizzare la vecchia miniera di salgemma di Scanzano Jonico come sito, o meglio depo-sito, delle scorie radioattive dell’intero territorio nazionale.

Vuole soprattutto sottolineare che, oltre alle variamente discusse motivazioni tecniche, politiche e sociali, si dovrebbero tenere in alta considerazione anche le seguenti ragioni di natura squisitamente etica:

  1. non si può decidere di collocare scorie radioattive su un determinato territorio secondo il criterio della bassa densità della popolazione, ritenendo che il sicuro pericolo presente lo sia per pochi abitanti e l’eventuale danno futuro si circoscriva ad un numero esiguo di persone che, si prevede, diminuirà ulteriormente. La percezione del pericolo reale della gente, infatti, non è quella delle tabelle statistiche e il danno non è minore se ricade su un numero minore di persone, bensì resta tale e tutto intero anche se ne colpisce una sola;
  2. una scelta siffatta, inoltre, deve confrontarsi non con una popolazione astrattamente intesa ma con il vissuto quotidiano della gente dentro il proprio territorio. Tale vissuto nel merito ha teso a garantire da sempre la salubrità del proprio ambiente con scelte precise tradotte anche nella vita lavorativa. La vocazione agricola di tale territorio lo rende infatti una “miniera” di prodotti che si esportano di gran lunga fuori i confini regionali. Non si possono “coartare” tali scelte con una decisione che mina l’equilibrio che questa gente ha faticosamente raggiunto con il suo ambiente;
  3. la decisione, infine, non può non confrontarsi con la realtà di un territorio che da oltre un decennio si fa “soggiorno”, ambiente sano, per diverse centinaia di bambini della vecchia Bielorussia. Questi, infatti, trascorrono un breve periodo dell’anno sulla costa ionica della regione, nella quale le condizioni ambientali favoriscono l’abbassamento del livello di radioattività da essi “incamerato” involontariamente in seguito al disastro di Chernobyl.

Nessuna scelta può assumere i criteri dell’utile o del probabile come criteri fondamentali. Si deve invece garantire la centralità dell’uomo come persona, nella sua individualità e nella concretezza delle relazioni con gli altri e con il suo territorio.. Confidiamo che in questa grave decisione si abbia a cuore il bene integrale dell’uomo come persona riconoscendo il valore integrale del suo ambiente come dimora della vita.

 

IL CONSULENTE SCIENTIFICO
SEGRETARIO
IL DIRETTORE
Dott. Rocco Gentile
Giovanni Grassani