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Testamento biologico? Sospesi i valori e la ragione

Che vi sia un guizzo accelerato di trattare la questione ‘fine vita’ nell’ultimo periodo nel nostro paese è indubitabile. Che si possa dire che da anni si pongono domande di ‘risolvere’ la stessa con una legge lo è altrettanto. Che però non si capisce bene il perchè e il ‘da parte di chi’ ci sia tale richiesta pressante -si consenta- è la certezza più evidente. Durante quello straordinario periodo di meditazione che la tradizione cristiana ci consegna come settimana santa) prima della domenica di Pasqua (meditazione che viene da fare che si sia laici o credenti, su se stessi, sul proprio percorso di vita, fatto di luci e di croci), è sfilato nel telegiornale della prima rete costantemente l’ennesimo racconto di una partenza per la Svizzera, l’altro decisore di finire la propria vita affetta da malattia in una di quelle cliniche d’oltralpe che ‘garantisce’ l’uscita dall’esistenza (si chiama proprio EXIT). Purtroppo in una discussione fatta o ‘taciuta’ (la prima volta a marzo)alla Camera dei Deputati subito rimbalza l’unico ingrediente che sembra infarcire le ricette politiche italiane: la polemica. E che nessuno si preoccupi di spiegare compiutamente la proposta della legge è alla fine l’ultimo dejà vu del nostro sentire laico, compassionevole, rispettoso e tremendamente ‘cinico’. Sì, perchè sembra proprio che a nessuno interessi che dire con una legge che si possa sospendere la cura in un paziente terminale laddove il trattamento è sproporzionato rispetto ai benefici è inutile, perchè questo è il fondamento della medicina occidentale. La legge non può obbligare il medico a fare ciò che il medico fa per natura di medico. A meno che la legge non sia in buona fede. cioè non creda che il medico non operi secondo il suo ‘deon’, il suo intrinseco dovere di medico, cioè la sua scienza e la sua coscienza. A ben pensare, un tempo ci si preoccupava che il medico abbandonasse il paziente. Oggi sembra che ci si preoccupi che ‘gli stia troppo addosso’. Ma non è così. ‘’Medici di tutto il mondo unitevi e riditecelo’’. Il medico sa bene, oggi ancor di più, quando ‘insiste’ troppo o quando rischia di ‘abbandonare’. E grazie alle cure di fine vita (visto che dire ‘palliative’ scioccamente è frainteso con ‘superflue’) oggi i medici riescono a controllare il dolore mai ritenendosi i decisori del tempo della vita e della morte. Perchè si vuole uscire dal grande rapporto tra due persone, una che chiede l’altra che risponde?Chi è il novello apprendista stregone che vuole dividere quell’alleanza umana che custodisce il dono della vita (‘dono’ molto laicamente si badi, in virtù del fatto che non c’è nessuno che la vita se la ritrova con una decisione)? No. Non è credibile la buona intenzione di una legge che divide. Certo, andando avanti nella lettura della proposta emerge l’arcano. Un paziente può decidere anche prima, anche quando ha piena salute, su quello che potrebbe accettare o rifiutare, decidendo, oltre l’azione del medico (quindi oltre la scienza e la coscienza sua), in una eventuale situazione di terminalità. Autodeterminazione, la chiama qualcuno. L’evidenza? Superomismo. Un uomo basta a se stesso nell’atto del suo volere. In tal caso il medico diventerebbe un esecutore, mero tecnico di una cinica relazione dettata dalla legge che definisce anche cosa è medico e cosa non lo è, ad esempio che nutrizione e idratazione (artificiali?)sono ‘atti’ eccessivi, di accanimento. Il rischio di neutralizzare principi e valori è davvero pericoloso e appare ormai imminente. Possiamo dire però in più che l’obiettivo della proposta è totalmente ideologico e quanto di meno laico ci sia, dacchè laicità è non rinunciare al principio di ragione e di realtà. Con questa legge, l’una e l’altra si superano a piè pari.

 

Prof. Rocco Gentile

(pubblicato su La NUova del Sud in data 22-04-2017)